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1. CHI ERANO I CELTI |
I Celti furono un popolo indoeuropeo, chiamati dai Greci Keltòi, Galàtai e Galli dai Romani, erano stanziati in tutta lEuropa settentrionale e centrale. I primi riferimenti relativi a questo popolo nellItalia settentrionale, risalgono alla prima Età del Ferro, certamente al IX secolo a.C. con la cultura di Golasecca, la cultura Paleoveneta di Este VIII-VI sec.a.C., quella Villanoviana nel bolognese della Prima Età del Ferro, e probabilmente ancor prima (Età del Bronzo Finale) con la cultura Protogolasecchiana XII-X sec. a.C., la cultura di Canegrate, risalente addirittura al XIII sec. a.C., coeva con la cultura dei Campi di Urne nord europea, o la Civiltà Camuna, nella fase Età del Bronzo Finale. Oltralpe, sicuramente i più importanti furono nellalta Austria, i Celti Hallstattiani, dallomonima località (Halstatt), VIII-VI sec. a.C. I Celti non hanno lasciato alcuna testimonianza scritta della loro cultura fino allera cristiana, i documenti a loro relativi compaiono nella storia documentata dai greci, quali Polibio e latini: Diodoro Siculo (c.a. 60-30 a.C.), Giulio Cesare (c.a. 100-44 a.C.) riferisce che i Galli della sua epoca si definivano Celtae, Stradone e Pausania (c.a. 160 d.C.). La parola Celti molto probabilmente è un termine di origine celtica che significa nascosto, infatti la forma irlandese (lingua di origini celtiche) di nascondiglio o segreto è ceilt. Alcuni studiosi ritengono che la parola celti indicasse popolo nascosto o segreto, in quanto vi era la proibizione di tramandare in forma scritta le loro vaste conoscenze, tutto il loro sapere veniva tramandato oralmente. Giulio Cesare nel libro VI del De Bello Gallico scrive che, per i druidi (la casta sacerdotale dei Celti), non era lecito affidare alla scrittura i loro insegnamenti, onde evitare che le dottrine si divulgassero tra il popolo ed evitando che quelli che imparavano trascurassero di esercitare la memoria affidandosi agli scritti. I Celti quindi apparvero nel panorama europeo solamente quando in Greci e Romani iniziarono a scrivere resoconti su loro, purtroppo con scritti spesso contrassegnati da pregiudizi e incomprensioni, quindi non del tutto attendibili. Dal V-IV sec. a.C. si entra nella Seconda Età del Ferro, inizia una fase migratoria delle tribù celtiche, dal nord Europa nuove genti valicano le Alpi ed entrano nei nostri territori. La loro cultura è detta di La Tène, dal nome del villaggio svizzero dove avvennero i primi rinvenimenti. I Celti cisalpini mantennero la loro individualità anche dopo larrivo dei Celti lateniani, infatti queste nuove genti si insediarono pacificamente nei territori circostanti, non abitati, o popolati da genti non di stirpe celtica, iniziando così uno scambio di culture. Tra le molte tribù che popolarono il nord Italia, ovvero la Gallia Cisalpina, come venne chiamata dai Romani, vi erano i Biturigi che si stanziarono nelle terre golasecchiane divenendo anchessi Insubri e fondarono Mediolanum (Milano), i Cenomani tra Cremona e Brixia (Brescia), gli Orobii nellattuale alto bergamasco, i Lepontii nelle valli dellattuale Ossola e Canton Ticino svizzero, i Taurini a Taurinorum (Torino), i Carni nellattuale Friuli, gli Euganei tra il lago di Benacus (Garda) e Tridentum (Trento), i Boii nellattuale Emilia, fondarono Bononia (Bologna), i Lingones nellattuale ferrarese, i Reiti nellattuale Alto Adige, i Vagienni nellattuale Liguria, i Liguri a nord di Luna (La Spezia) e Florentia (Firenze), i Libicii tra Novaria (Novara) e Vercellae (Vercelli), i Caturigi sulle Alpis Cottia (Alpi Cozzie), i Salassi nellattuale Valle dAosta. |
![]() I Celti in Italia settentrionale nella Prima Età del Ferro (disegno di Cristiano Brandolini) |
![]() Comparazione archeologica per stile e forma tra le ceramiche nelle varie epoche (tavola di Cristiano Brandolini) |
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2. I CELTI INSUBRI I Golasecchiani della Prima Età del Ferro |
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Tra le più importanti tibù celtiche che popolavano le terre a nord del Po nella Prima Età del Ferro vi era quella Golasecchiana. Prende il nome dal paese in provincia di Varese dove allinizio del 1800 ad opera dellAbate Giani avvennero le prime scoperte. Cronologicamente questa cultura si sviluppa a partire dal XII-X sec. a.C. (Età del Bronzo Finale) con il Protogolasecca e successivamente con il Golasecca I IX-VII sec. a.C., Golasecca II VI sec. a.C., Golasecca III - V sec. a.C. (prima Età del Ferro). E ormai accertato che i Golasecchiani corrispondono a quei primi Celti cisalpini chiamati dagli storici Insubri. La Cultura di Golasecca si estende su un vasto territorio, compreso tra i fiumi Sesia, Po, Serio e le Alpi. Il suo sviluppo è dovuto principalmente al commercio, al controllo delle vie dacqua e dei valichi alpini, infatti i Golasecchiani avevano la funzione di commercianti intermediari tra quelli Etruschi Padani che importavano merci dallEtruria e quelli Celti dOltralpe. Influenzati dalla cultura Etrusca, svilupparono e concentrarono i loro villaggi in punti strategici per il controllo dei traffici commerciali, formando un vero e proprio centro protourbano sito a cavallo del fiume Ticino, tra Castelletto Ticino Golasecca Sesto Calende e nella zona di Como Prestino. |
![]() Carta dei ritrovamenti della Cultura di Golasecca IX - V sec. a.C. tratteggiati i comprensori protourbani di Sesto Calende - Golasecca - Castelletto Ticino e di Como. (da I Celti, Bompiani) |
..................![]() Ipotesi ricostruttiva di un corteo cerimoniale golasecchiano - alcuni elementi del corredo funebre della II Tomba del Guerriero di Sesto Calende (Va), VI sec. a.C. (da La raccolta archeologica e il territorio, Museo di Sesto Calende) |
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La scrittura golasecchiana, la più antica tra i Celti |
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Come gia detto, i Celti non avevano luso della scrittura, ma a partire dal VI sec. a.C. i golasecchiani fecero uso della scrittura, per redigere documenti duso pubblico o privato e per contatti commerciali. Usarono come base lalfabeto etrusco, adattandolo alla loro lingua. |
![]() tavola di Cristiano Brandolini |
..........![]() Nomi propri di persona graffiti a caratteri Insubri, su ceramica rinvenuta in sepolture golasecchiane nel territorio di Sesto Calende |
![]() Stele golasecchiana iscritta, rinvenuta a Vergiate nei pressi della chiesa di S. Gallo, fine VI sec. a.C. (disegno di Cristiano Brandolini) |
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3. I CELTI INSUBRI I Biturigi della Seconda Età del Ferro |
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Dal IV sec.a.C. iniziano una serie di migrazioni delle popolazioni celtiche dal nord Europa. Nuove popolazioni celtiche giunsero in Italia, e si stanziarono in zone poco popolate o abitate da genti non celtiche. Livio, storico romano, narra che nel 600 a.C., Belloveso nipote di Ambigato, del re dei Biturigi, giunse nella Pianura Padana, guidando nuovi gruppi di Celti (Biturigi, Arverni, Sènoni, Edui, Ambarri, Carnuti, Aulerci) provenienti dalla Gallia. Essi giunsero in una regione dell'Italia nordoccidentale chiamata da tempo immemorabile Insubrium (Insubria). Venne fondata Mediolanum (Milano), il centro politico e religioso degli Insubri, posto nel mezzo del loro territorio. Il processo di sovrapposizione delle nuove genti a quelle preesistenti, tutt'oggi non è ancora chiaro, in termini archeologici. I Biturigi erano una tribù stanziata nel centro della Gallia, che chiamava se stessa "i re del mondo", Biturigi appunto, da bitu (o byth, byd) "mondo" e da rigi dal plurale della parola rix, "re". Chateau-meillant (Mediolanum) era il centro sacro dei Biturigi Cubi da cui viene fatto emigrare Belloveso, non lontano da Avaricum (Bourges), la loro capitale, e la popolazione era ricca in quanto sfruttava le miniere di ferro della zona. I Biturigi Vivisci avevano come loro centro Meilhan sulla Garonna, verso Burdigalia (Bordeaux). Tuttavia, è da ricordare che i Celti avevano due centri principali, uno religioso e uno civile-commerciale, che generalmente non coincidevano mai. Dire che il fondatore del Mediolanum degli Insubri proveniva dai Biturigi, significava riconoscergli la regalità che gli veniva dall'appartenere ai "re del mondo", sufficiente per garantire la più nobile origine alla sua fondazione. I Biturigi, si fusero con gli Insubri Golasecchiani, ed entrambi mantennero il nome di Insubri. |
![]() Biturigi Cubi e Buturigi Vivisci in Gallia Transalpina, i quali poi giunsero in Gallia Cisalpina ![]() disegno di Cristiano Brandolini |
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Tito Livio, nel liber V, paragrafo 34 del Ab Urbe Condita Libri, scrive: Quanto al passaggio dei Galli in Italia, ecco le notizie che ci sono pervenute: mentre a Roma regnava Prisco Tarquinio, il supremo potere sui Celti, che rappresentano un terzo della Gallia, era nelle mani dei Biturigi; questi mettevano a capo di tutti i Celti un re. Tale fu Ambigato, uomo assai potente per valore e ricchezza, sia propria che pubblica, perché sotto il suo governo la Gallia fu così ricca di prodotti e di uomini da sembrare che la numerosa popolazione si potesse a stento dominare. Costui, già in età avanzata com'era, desiderando liberare il suo regno dal peso di quel sovraffollamento, lasciò intendere ch'era disposto a mandare i nipoti Belloveso e Segoveso, giovani animosi, in quelle sedi che gli dei avessero indicato con gli aurighi: portassero con se quanti uomini volevano, in modo che nessun popolo potesse respingerli al loro arrivo. A Segoveso fu quindi destinata dalla sorte la selva Ercinia; Belloveso invece gli dei indicavano una via ben più allettante: quella verso l'Italia. Quest'ultimo portò con se il soprappiù di quei popoli, Biturigi, Arverni, Sènoni, Edui, Ambarri, Carnuti, Aulerci. Partito con grandi forze di fanteria e di cavalleria, giunse nel territorio dei Tricastini. Di là si ergeva l'ostacolo delle Alpi; e non mi meraviglio certo ch'esse siano parse insuperabili, perché nessuno ancora le aveva valicate, almeno in quello spazio di tempo che la storia può abbracciare, salvo che si voglia prestar fede alla leggenda fiorita intorno ad Ercole. Ivi, mentre i Galli si trovavano come accerchiati dall'altezza dei monti e si guardavano attorno chiedendosi per quale via mai potessero, attraverso quei gioghi che toccavano il cielo, passare in un altro mondo, furono trattenuti anche da uno scrupolo religioso, perché fu riferito loro che degli stranieri in cerca di terre erano attaccati dal popolo dei Salvi o Salluvii. Quegli stranieri erano i Marsigliesi, venuti per mare da Focea. I Galli, ritenendo tale circostanza un presagio del loro destino, li aiutarono a fortificare, nonostante la resistenza dei Salvi, il primo luogo ch'essi avevano occupato al loro sbarco. Essi poi, attraverso i monti Taurini e la valle della Dora, varcarono le Alpi; e, sconfitti in battaglia i Tusci non lunghi dal Ticino, avendo sentito dire che quello in cui si erano fermati si chiamava territorio degli Insubri, lo stesso nome che aveva un cantone degli Edui, accogliendo l'augurio del luogo, vi fondarono una città che chiamarono Mediolano (Milano). |
![]() I Celti in Italia settentrionale nella Seconda Età del Ferro (disegno di Cristiano Brandolini) |
![]() I Celti della Seconda Età del Ferro (disegno di Cristiano Brandolini) |
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Anche una parte della tribù dei Boii, decise di migrare dalla Boemia e Moravia. Probabilmente giunsero in Italia anche grazie ai contatti, sia commerciali che culturali che avevano con gli Insubri Golasecchiani. Stanziatesi nell'attuale Emilia, continuarono a commerciare con la parte di loro che era rimasta nelle terre d'origine. |
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Sempre Tito Livio, nel liber V, paragrafo 35, scrive: Successivamente un'altra schiera, quella dei Cenomani, sotto il comando di Etitovio, seguì le tracce dei precedenti popoli, e, col favore di Belloveso, passate le Alpi attraverso lo stesso valico, si stanziò nelle terre dove oggi sorgono le città di Brescia e di Verona. Dopo di loro, i Libui e i Salluvi si fermarono presso l'antica popolazione dei Levi Liguri, che abitavano nelle vicinanze del fiume Ticino. E' quindi la volta dei Boii e dei Lingoni, i quali, calati attraverso il Pennino, poiché erano già tutte occupate le terre comprese tra il Po e le Alpi, dopo aver varcato il Po su zattere, scacciano dal loro territorio non soltanto gli Etruschi ma anche gli Umbri, senza tuttavia oltrepassare l'Appennino. Infine i Sènoni, ultimi degli invasori, occuparono il territorio che va dal fiume Utente all'Esino. |
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Il rinvenimento ad Arsago Seprio presso la necropoli gallo-romana, di un olla biconica del tutto uguale a quelle di fattura boema, testimonia i contatti commerciali e culturali tra i Celti cisalpini e transalpini. |
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Materiali provenienti dalla necropoli di Magenta (Mi), spade con punzonature, foderi con decorazioni incise e catene sospensorie. L'uso di imprimere marchi sulle lame delle spade è attestato prevalentemente in Svizzera, da cui proviene la stragrande maggioranza dei ritrovamenti. Diversi marchi sono conosciuti anche in Germania meridionale, Ungheria e Slovenia, altrove si hanno testimonianze molto più sporadiche. Anche se comunemente classificati come marchi di fabbrica, in realtà sembra che il loro significato fosse di carattere talismanico e apotropaico. Prevalentemente si trovano rappresentazioni di maschere umane inserite in una mezzaluna e cinghiali, rappresentati come di consuetudine nell'arte celta, con le setole del dorso irsute. In alcuni casi, tra le zampe del cinghiale sono collocate tre palline, forse a rappresentare, in modo stilizzato, un triskel, in altri casi, come ad esempio sul punzone della spada di Magenta, tra le zampe vi è un simbolo circolare, il quale potrebbe essere un simbolo solare. Il cinghiale era uno degli animali di culto per eccellenza tra i Celti, simboleggiava la forza, la virilità, la guerra e spesso lo si ritrova raffigurato sia su monete, spade e suppellettili vari. Le spade di Magenta, sono quindi un prodotto di artigianato celta, inconfondibile, attribuibile certamente agli Insubri, inoltre dimostrano l'esistenza di strettissimi contatti con l'altopiano elvetico, con i Leponti, da cui potrebbero anche provenire tramite gli scambi commerciali. |
![]() Lama di spada con punzonatura raffigurante un cinghiale (ingrandito nel particolare) e fodero di spada con decorazione incisa raffigurante un triskel, da Magenta (Mi), 250-175 a.C. ![]() Catena sistema di sospensura porta spada, in ferro, da Magenta (Mi), 250-175 a.C. Un esemplare del tutto simile è stato rinvenuto in una sepoltura con armi, datata anch'essa tra il 250-200 a.C. a Malnate (Va) ![]() Raffigurazione di cinghiale, da una moneta coniata dalla tridù degli Osismii, celti stanziati in Gallia, nelle terre dell'attuale Bretagna. Si noti la similitudine con la raffigurazione sulla spada di Magenta. |
.........![]() Torques in bronzo, provenienza ignota, Milano, 300-250 a.C. circa. - Cavigliere a ovoli in bronzo, provenienza ignota, Milano, 300 a.C. circa. |
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Materiali provenienti dalla necropoli di Via Beltrami ad Arsago Seprio (Va), spade, foderi con decorazioni incise, coltellacci. Armi, anelli probbabilmente riferibili al sistema di sospensura della spada, cesoie, fibule, e ciotole in ceramica, rinvenuti all'interno di una fossa le cui pareti erano foderate con ciottoli e pietre. Non una tomba, ma una fossa o pozzo votivo. Anche in questo caso, come per le spade di Magenta è stato rinvenuto un fodero con decorazione incisa, raffigurante il triskel. Il triskel, chiamato anche triscele o triskellion, dal greco tre gambe è uno dei simboli per eccellenza, nellarte celtica. I numeri ricoprivano un ruolo importante nel simbolismo celtico. Il più sacro o magico di tutti era il numero "tre", in quanto simboleggiava la moltiplicazione. Se, a partire dal centro del simbolo, le tre spirali che lo formano si avvolgono su loro stesse da destra verso sinistra, rappresenta il turbinare delle energie dall'interno verso l'esterno, la manifestazione; se invece si sviluppano da sinistra verso destra simboleggia il discendere nelloltretomba. Questo simbolo può assumere diversi significati, secondo il contesto in cui è inserito, alcuni di questi sono: - La Triplice Manifestazione del Dio Unico: Forza, Saggezza e Amore e quindi le tre classi della società celtica che incarnavano tali energie, Guerrieri, Druidi e Produttori. - I tre aspetti del mondo materiale: Terra (cinghiale), Acqua (Salmone), Cielo (Drago) che con il loro movimento si riuniscono tutti nel quarto elemento, il Fuoco, simboleggiato dal cerchio che racchiude il triskel. - Le tre fasi solari in manifestazione: alba, mezzogiorno, tramonto. - La Dea nel suo triplice aspetto di Vergine-Madre-Vecchia, Figlia-Madre-Sorella. - Il simbolo della trinità femminile della battaglia Morrigan-Macha-Boadb e di quella maschile Ogma-Lugh-Dagda. |
![]() Borchia su fodero di spada, con triskel, da Arsago Seprio (Va), 200 a.C. ![]() Coltellaccio da guerra, da Arsago Seprio (Va), 200 a.C. ![]() Spada lunga con fodero in ferro, da Arsago Seprio (Va), 200 a.C. |
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Nel I sec. a.C. malgrado l'alfabeto latino fosse ormai ben conosciuto dalle genti celte, essi continuarono ad usare quello insubre, ciò è largamente testimoniato dalle numerose iscrizioni sui manufatti ceramici. |
........![]() Nomi propri di persona graffiti a caratteri Insubri, su ceramica rinvenuta in sepolture di I sec. a.C. nella necropoli gallo-romana di Arsago Seprio |
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La fondazione di Mediolano |
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La futura Mediolanum dei Romani, che la conquistarono nel 222 a.C., fu fondata in un luogo ritenuto sacro dai Celti per la presenza di uno specchio d'acqua, di cui resta traccia nei nomi delle odierne vie Pantano e Laghetto e nella storia della costruzione del Duomo, di una sorgente solforosa considerata magica, la quale sgorga ancora oggi nel Parco Sempione, di foreste e boschi, e di una piccola collina, la "motta", ideale da recintare e facile da difendere. Ad accrescerne la sacralità il particolare, tramandato nel medioevo, che Belloveso sarebbe stato condotto sul luogo da una scrofa semilanuta , cioè da una femmina di cinghiale, animale di tradizione druidica. Un eco di questo mito è ancora oggi visibile, a pochi passi dal Duomo, in un antico bassorilievo, che rappresenta appunto, la scrofa semilanuta, rinvenuto nel 1233 durante i lavori di costruzione del palazzo della Ragione (Broletto) in piazza Mercanti, e murato su un arco. |
![]() Il bassorilievo raffigurante la scrofa semilanuta, murato nel secondo arco del palazzo del Broletto |
4. L'ARCIERIA TRA I CELTI |
Poco si sa dell'uso dell'arco tra i Celti, sicuramente era uno strumento usato per la caccia, ma dell'impiego in battaglia abbiamo scarse testimonianze e rinvenimenti archeologici. Testimonianze dell'arcieria celta le abbiamo dagli scritti latini, infatti, Svetonio, in "Vite dei dodici Cesari I, 68" racconta un episodio che riguarda la battaglia di Durazzo, tra Cesare e Pompeo durante la guerra civile, qui i Celti non centrano, ma è una testimonianza importante per capire quanto l'arcieria era importante in battaglia. Narra di Cassio Sceva che durante la battaglia di Durazzo perse un occhio perchè colpito da una freccia e sullo scudo ricevette centotrenta colpi di frecce. |
Svetonio, Vite dei dodici Cesari I, 68 Per queste ragioni li rese non solo fedelissimi a sé ma anche molto intrepidi. All'inizio della guerra civile i centurioni di ciascuna legione gli offrirono di tasca propria l'equipaggiamento di un cavaliere mentre tutti i soldati prestarono i propri servizi gratuitamente senza paga e senza rancio dato che i più ricchi si erano impegnati al mantenimento dei più poveri. In un periodo così lungo nessuno di loro lo abbandonò mai e la maggior parte di quelli che furono resi prigionieri si opposero al fatto che la vita fosse loro risparmiata a condizione che volessero continuare a combattere contro di lui. Sopportavano Quanto la fame e le altre privazioni non solo quando erano assediati ma anche quando assediavano con tale forza che Pompeo dopo aver visto nelle fortificazioni di Durazzo un tipo di pane fatto con erba del quale si nutrivano disse di avere a che fare con bestie e rapidamente lo fece eliminare e ordinò di non mostrarlo a nessuno in modo che gli animi dei suoi soldati non fossero scoraggiati dalla tenacia e dall'ostinazione del nemico. Con quanto valore essi abbiano combattuto è testimoniato dal fatto che dopo essere stati sconfitti una volta presso Durazzo essi stessi spontaneamente reclamarono spontaneamente la punizione tanto che il loro generale dovette più consolarli che rimproverarli. In tutte le altre battaglie pur essendo inferiori per numero in molte parti vinsero facilmente le forze innumerevoli del nemico. Infine una sola coorte della sesta legione posta a difesa di una fortezza riuscì a far fronte per alcune ore a quattro legioni di Pompeo benché quasi tutti gli uomini della coorte fossero trafitti dal gran numero delle frecce nemiche delle quali centotrentamila furono trovate allinterno del vallo. E non è strano se si considerano le gesta individuali come quelle del centurione Cassio Sceva o del soldato semplice Gaio Acilio per non citarne altri. Sceva colpito ad un occhio trapassato il femore e l'omero trafitto lo scudo da centoventi colpi continuò la difesa della porta della fortezza a lui affidata. Acilio durante la battaglia navale presso Marsiglia dopo che gli fu tagliata la mano destra che aveva posto sulla poppa di una nave nemica imitando il mirabile esempio del greco Cinegiro saltò sulla nave respingendo con la sporgenza dello scudo coloro che gli venivano incontro. |
E pure Giulio Cesare, nel "De Bello Gallico" libro VII ai paragrafi 31 e 80, parla dell'arcieria gallica. |
Giulio Cesare, De Bello Gallico, VII, 31 Nè veniva meno alle sue promesse Vercingetorige. Egli cercava con tutte le sue forze di attrarre le altre nazioni e allettava i loro capi con regali e promesse. A tale scopo sceglieva uomini capaci di conquistarli facilmente con discorsi insinuanti o grazie alla loro amicizia. Gli scampati alla espugnazione di Avarico si preoccora che vengano forniti di armi e di abiti; per riempire poi i vuoti fra le sue milizie impone alle varie nazioni un certo numero di soldati, fissandone le quantità e il giorno della loro consegna nell'accampamento; tutti gli arcieri, numerosissimi in Gallia devono essere aruolati e spediti a lui. Con queste misure colma rapidamente le perdite di Avarico. Intanto arriva da lui Teutomato, figlio di Ollovicone, Re dei Niziobrogi, il cui padre era stato proclamato amico del nostro Senato; conduceva con se un buon nerbo di cavalleria, sua o assoldata in Aquitania. Giulio Cesare, De Bello Gallico, VII, 80 Cesare schiera tutta la fanteria su due fronti della linea fortificata perchè al momento opportuno ciascuno occupi il suo posto e lo conosca bene; poi fa uscire dalla'accampamento la cavalleria da battaglia. Da tutti gli accampamenti disposti qua e là sulle cime dei colli, la vista spaziava e tutti i soldati osservavano con l'animo teso lo sviluppo della battaglia. I Galli avevano inserito in ordine sparso fra i cavalieri alcuni arcieri e truppe leggere, che venissero in soccorso dei compagni se cedevano e tenessero testa ai nostri cavalieri. Parecchi di questi ultimi, feriti all'improvviso da loro, abbandonavano il combattimento. Come i Galli si convinsero che i propri cavalieri avevano la meglio nello scontro, e videro i nostri sovverchiati dalla loro superiorità numerica, allora tutti, quelli chiusi nella fortezza e quelli venuti in loro soccorso cominciarono ad indietreggiare i compagni con clamori e col grido di battaglia. Poi che lo scontro avveniva sotto gli occhi di tutti e non si potevano nascondere nè gli eroismi nè le viltà, gli uni come gli altri erano stimolati a prodigarsi sia dalla brama di gloria sia dalla paura del ignominia. La battaglia durò da mezzogiorno fin quasi al tramonto senza che la vittoria fosse decisa; finchè i Germani, concentrati i loro drappelli in un punto solo, si lanciarono sui nemici e li sbaragliarono; con la loro fuga gli arcieri vennero accerchiati e uccisi. Così pure sugli altri fronti i nostri inseguirono i nemici in rotta fino ai loro accampamenti, senza dare la possibilità di riorganizzarsi. Invece gli usciti da Alesia si ritirarono nella fortezza, tristi e quasi senza più speranza di vittoria. |
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Nel concreto, gli elementi archeologici più interessanti, li abbiamo da ritrovamenti e studi nord europei. Archi lunghi di pregevole manifattura sono stati trovati a Nydam, nel territorio degli Angles. Misurano circa due metri di lunghezza, realizzati in legno di tasso, alle estremità dei flettenti hanno montati puntali di ferro o bussole e limpugnatura è rilegata con un sottile filo. Le frecce misurano dai 68 agli 85 centimetri di lunghezza. Gli archi germani, datati dallanno 100 d.C. al 350 d.C., sono fatti in legno di tasso e abete. Erano archi lunghi riconoscibili dalla profonda sezione a D. Era probabile che, come gli archi lunghi inglesi degli anni avanzati, questi fossero archi composti da una combinazione di alburno, che resiste allallungamento, per il dorso e di durame, resistente alla compressione, per il ventre dellarco. Aste trovate a Vimose, Kragehul e Nydam misurano dai 168 ai 198 centimetri. Benché usate per un limitato grado dai gruppi germanici nelle isole britanniche, e anche meno da quelli che si sono insediati nel Gaul, gli archi furono usati per avvantaggiarsi dagli altri popoli germanici. Come riportato sopra, archi self e pochi archi compositi furono usati dagli Alemanni. Veri archi lunghi erano presenti nei depositi più a nord degli acquitrini. Datati dal II al IV sec. d.C., queste armi furono sviluppate dalle popolazioni germaniche per loro conto. Alcuni fasci di frecce ritrovati, sembrerebbero state concepite per perforare le armature. Una larga porzione dellesercito Visigoto era composta da arcieri e lancieri. La loro cavalleria era composta da capi seguiti dai loro compagni. Gli uomini con larco costituiscono anche unimportante elemento negli eserciti Ostrogoti; come è successo per gli arcieri germani, un numero molto esiguo di archi compositi potrebbe essere stato usato, ma nella maggior parte dei casi sarebbero stati usati archi self o archi compound. Gli archi lunghi trovati a Vimose, Kragehul e Nydam, datati dal 100 al 350 d.C., sono stati precedentemente annotati, larco usato dai nomadi della steppa, inclusi i Sarmati e gli Unni, erano i potenti, riflessi, archi compositi. I loro flettenti sono costituiti da materiali laminati di differenti origini: legno, tendine e corno. Quando larco è scordato si ottiene una siluette a forma di C, a volte con le parti finali che vanno a formare una croce. Quando viene incordato, la C viene aperta allindietro contro la sua curvatura naturale che viene mantenuta in quel modo dalla corda, larco è avvolto per lazione. |
![]() Archi e freccie ritrovati a Nydam (da Romen's Enemis I, German and Dacians, Osprey Publishing) |
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Bibliografia: AA.VV. I Celti, Bompiani, Milano 1991. AA.VV. Celti dal cuore dell'Europa all'Insubria, vol. 1-2, Kronos B.Y. Edizioni 2004. AA.VV. La raccolta archeologica e il territorio, Museo Civico di Sesto Calende, Sesto Calende 2000. AA.VV. Studi sulla cronologia delle civiltà di Este e Golasecca, Origines, Firenze 1975. AA.VV. I Leponti, tra mito e realtà, vol. 1-2, Armando Dadò Editore, Locarno 2000. AA.VV. Atti 2° Convegno Archeologico Regionale, La Lombardia tra Protostoria e Romanità, Società Archeologica Comense, Como 1986. Elena Percivaldi, I Celti, Un popolo e una civiltà d'Europa, Giunti, Firenze 2003. Peter Wilcox, Romen's Enemis I, German and Dacians, Men at Arms 129, Osprey Publishing. Giulio Cesare, De Bello Gallico. Tito Livio, Ab Urbe Condita Libri. Strabone, Geografia. Svetonio, Vite dei dodici Cesari I. |
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